«Le ragioni non sono né vecchie, né giovani; sono buone o cattive, ecco tutto»

Il pensiero di Errico Malatesta (1853-1932) è ricostruito mediante un approccio sinottico, in cui le fonti primarie a stampa, in ordine cronologico, sono affiancate alla biografia e a qualche breve riferimento al contesto storico, con l’obiettivo di coglierne l’articolazione, dall’adesione all’Internazionale anti-autoritaria (1871) fino alla morte tra le grinfie fasciste (1932).

In linea generale, si è cercato di non disgiungere il pensiero politico dalle pratiche che lo hanno accompagnato.

Le fonti primarie a stampa sulle quali ci si è concentrati sono: Fra contadini (1883/84), L’anarchia (1891), Il nostro programma (1891), Al caffè (1897), la polemica con Merlino raccolta in Anarchismo e democrazia (1897), Il suffragio universale (La Questione Sociale, Paterson, 1899), la risposta al Manifesto dei Sedici (Freedom, aprile 1916), gli articoli su Pensiero e Volontà (1924–1926) e Lo sciopero (dramma in tre atti, scritto c.1906, pubbl. 1933).

Per il contesto dell’Internazionale (1871–1872), si sono consultati inoltre gli scritti di Mikhail Bakunin (Viaggio in Italia; Il socialismo e Mazzini, 1871) e la raccolta documentaria di James Guillaume (L’Internazionale. Documenti e ricordi, 1864–1878).

Tra le fonti secondarie consultate è d’obbligo citare almeno: Giampietro Berti (Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale 1872–1932), Max Nettlau (Breve storia dell’anarchismo), Luigi Di Lembo (Guerra di classe e lotta umana. L’anarchismo in Italia dal biennio rosso alla guerra di Spagna 1919–1939) e Antonio Senta (Luigi Galleani e l’anarchismo antiorganizzatore).

1. Fra contadini (1883/84)

Errico Malatesta nasce il 4 dicembre 1853 a Santa Maria Capua Vetere, da Federico e Lazzarina Rastoin1. Il padre, proprietario di una piccola fabbrica di cuoio, si trasferisce a Napoli nel 1864, dove Errico frequenta il collegio dei Padri Scolopi, insieme a Giustino Fortunato e Francesco Saverio Merlino, e poi prosegue gli studi privatamente. All’età di quattordici anni, nel 1867, invia un epigramma in latino a Vittorio Emanuele II, nel quale il re è definito «pessimo» e «impudente»: per questa prima sortita contro il potere costituito verrà convocato in questura e ammonito.2

Nel 1869, si iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli e aderisce ai movimenti repubblicani studenteschi animati da Giorgio Imbriani. Il primo arresto avviene il 13 maggio 1870: insieme al fratello Aniello e ad altri studenti, viene fermato per aver preso parte a una manifestazione a sostegno delle bande mazziniane che avevano tentato un’insurrezione in Calabria.3 La morte di Imbriani, caduto a Digione il 21 gennaio 1871 nello scontro tra volontari garibaldini e truppe prussiane, rappresenta per Malatesta un evento traumatico.4 La svolta definitiva dal repubblicanesimo all’anarchismo si verifica nei mesi successivi, e a determinarla concorrono innanzitutto gli eventi della Comune di Parigi: l’insurrezione comunarda spinge molti mazziniani, democratici e garibaldini a orientarsi verso la causa socialista. La accesa disputa tra Mazzini e Bakunin, il primo ostile alla Comune e il secondo apertamente favorevole, porta a una spaccatura all’interno degli ambienti radicali italiani, dando origine a numerose fratture.5 L’adesione all’Internazionale risale al maggio del 1871, mediata da Carmelo Palladino, che lo introduce alla cerchia dei seguaci napoletani di Bakunin: Carlo Gambuzzi, Giuseppe Fanelli e Attanasio Dramis, tra gli altri.6

Il conflitto interno al socialismo, che emerge proprio in questo torno di tempo, comincia alla Conferenza di Londra del settembre 1871, durante la quale Marx, con l’appoggio della maggioranza, riesce a far approvare la Risoluzione IX, che afferma: «la classe operaia può agire come classe soltanto allorquando si costituisce come partito politico particolare, contrapposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti», e «la conquista del potere politico diventa il grande dovere del proletariato».7 Gli anti-autoritari, inclusi bakuninisti, giurassiani, federalisti italiani e spagnoli, respingono questa visione su due piani distinti. Sul piano strategico, la rivoluzione deve essere l’azione simultanea di tutte le masse sfruttate, non il risultato di un partito operaio nazionale che persegue la conquista dello Stato. Ogni lotta confinata nei limiti nazionali avrebbe sostituito l’unità internazionale degli sfruttati con l’unità fittizia della lotta politica dei loro rappresentanti. Sul piano teorico, la forma dell’azione determina il risultato: un’organizzazione autoritaria produrrà fini autoritari, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate; la «dittatura provvisoria del proletariato» non era, per i minoritari, una fase necessaria, ma l’espressione mistificante di un moderno dispotismo.8

Il 4 agosto 1872 si riuniscono a Rimini i delegati di ventuno sezioni della Federazione Internazionale dei Lavoratori italiani, tra cui Cafiero, Costa e Malatesta, dichiarando la rottura con il Consiglio Generale londinese e denunciando la Risoluzione IX come «dottrina autoritaria» estranea al programma internazionalistico.9 Il 2 settembre si apre il Congresso dell’Aia: Marx fa espellere Bakunin, Guillaume e Schwitzguébel con l’accusa di appartenere all’Alleanza della democrazia socialista.10 Il 15 settembre gli anti-autoritari si riuniscono a Saint-Imier: le risoluzioni approvate affermano che «la distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato» e che ogni organizzazione politica non può essere che strumento di oppressione e privilegio.11 Malatesta, diciottenne, è tra i delegati italiani a Saint-Imier.12

Nel 1876, durante il congresso di Firenze, la Federazione Italiana dell’Internazionale si sposta dal collettivismo al comunismo anarchico, come proposto da Malatesta insieme a Cafiero, Costa e Covelli.13 La distinzione non è terminologica: nel collettivismo, i mezzi di produzione appartengono collettivamente alle associazioni operaie ma la distribuzione avviene in proporzione al lavoro apportato da ciascuno; nel comunismo anarchico, ognuno dà secondo le proprie forze e riceve secondo i propri bisogni, abolendo ogni contabilità individuale del contributo lavorativo.14 La formulazione comunista era già stata elaborata da Cafiero, Malatesta e Covelli nei mesi precedenti il congresso: finché il lavoratore riceve il prodotto del suo lavoro individuale, resta in piedi una struttura di incentivi non dissimile da quella salariale borghese.15 Al congresso, Cafiero presenta il discorso Anarchia e comunismo; Kropotkin e Reclus ne difendono le tesi; anche Schwitzguébel, proveniente dalla tradizione collettivista giurassiana, si dichiara comunista, pur sconsigliando il termine, per via della sua associazione con il comunismo autoritario di tradizione icariana.16

L’aprile del 1877 vede Malatesta animare la cosiddetta “Banda del Matese” e protagonista di un tentativo di insurrezione nell’Appennino campano, con l’espropriazione delle casse comunali di Letino e Gallo, la distribuzione di beni ai contadini e la distruzione dei registri fiscali. L’insurrezione viene fermata in pochi giorni dal Regio Esercito.17 Malatesta viene assolto nel processo di Benevento nell’agosto 1878 e lascia l’Italia. Rientra in Toscana nel 1883; arrestato il 6 maggio a Firenze con l’accusa di incitamento alla guerra civile e per aver firmato un manifesto di solidarietà con compagni condannati a Roma, viene rilasciato in novembre e fonda La Questione Sociale, con la collaborazione di Merlino, Francesco e Luisa Pezzi e altri.18

Fra contadini viene scritto nel 1883, Malatesta stesso lo precisa in una nota aggiunta all’edizione del 1913: «Questo lavoro fu scritto nel 1883, quando ancora era indiscussa tra i socialisti la teoria di Marx della concentrazione della ricchezza in mano ad un numero sempre più piccolo di persone»,19 e pubblicato sulla Questione Sociale fiorentina nel 1884.20 Il testo è un dialogo tra Beppe, un contadino anziano, e Giorgio, un giovane anarchico. Non è un’opera letteraria in senso stretto: è un opuscolo di propaganda. La scelta della forma dialogica è in linea con quella che Malatesta farà quattordici anni dopo in Al caffè (1897). Il testo non ha narratore esterno: gli argomenti si scontrano sulla pagina senza mediazione.

Beppe rappresenta il senso comune contadino: conosce la miseria, ma ne ha interiorizzato le giustificazioni: religione, fatalismo, rispetto per i padroni. Giorgio non predica: risponde. Per ogni obiezione di Beppe formula una confutazione empirica. Quando Beppe chiede da dove viene la proprietà dei signori, Giorgio ne ricostruisce la storia di violenza: i loro antenati «hanno fatto lavorare gli altri senza pagarli, proprio come si fa adesso»; chi ha lavorato senza sfruttare gli altri, nota Giorgio, non ha mai potuto fare economie e la storia lo dimostra.21

Il nodo teorico centrale del testo è la distinzione tra dividere e mettere in comune. Beppe presuppone che il programma anarchico sia la spartizione delle ricchezze, «tanto per uno». Giorgio lo corregge: «No, anzi quando sentite dire che noi vogliamo dividere, che noi ne vogliamo mezzo e cose simili, ritenete pure che chi le dice è un ignorante, o un cattivo […] noi vogliamo mettere tutto in comune».22 La distinzione non è nominalistica: la divisione individuale ricrea la proprietà privata e le sue dinamiche di accumulazione; la proprietà comune è il solo modo per recidere il meccanismo alla radice.

Sul tema delle macchine, Fra contadini formula una posizione controcorrente rispetto al luddismo operaio: «non bisogna distruggere le macchine, bisogna impadronirsene».23 Il ragionamento è concreto: i padroni le difenderebbero tanto da chi vuole distruggerle quanto da chi vuole prenderle: stessa resistenza, esiti opposti.


2. L’anarchia e Il nostro programma (1891)

Nel dicembre 1884 Malatesta lascia l’Italia con alcuni compagni, sfuggendo alle condanne pendenti, e raggiunge Buenos Aires.24 Vi risiede fino al 1889, con un lungo intervallo in Patagonia nel 1886, e vi fonda una nuova Questione Sociale (agosto–novembre 1885, quattordici numeri), il primo periodico anarchico in lingua italiana pubblicato in America Latina.25 Nel 1889 lascia l’Argentina in anticipo, costretto ad affrettare la partenza per sfuggire a un mandato d’arresto per fabbricazione di moneta falsa e rientra a Londra.26

Nel 1891, a trentasette anni, Malatesta pubblica L’anarchia come opuscolo a Londra.27 Il testo era già circolato a puntate, sulla Questione Sociale di Firenze (maggio 1884) e di Buenos Aires (1885)28, ma l’edizione in opuscolo ne assicura una diffusione autonoma. È un documento di chiarimento politico destinato a lettori operai, non certo un’opera accademica.

Il punto di partenza è un pregiudizio da smontare. «Anarchia» significa «senza governo», ma nel senso comune equivale a «disordine». Malatesta rovescia il problema: «Chi nasce nei ceppi, attribuisce ai ceppi stessi la propria capacità di muoversi.»29

Una volta stabilito che l’ordine attuale non è naturale ma storicamente costruito, si può ragionare su cosa sia il governo: «Per noi, il governo è la collettività dei governanti; ed i governanti — re, presidenti, ministri, deputati, ecc. — sono coloro che hanno la facoltà di fare delle leggi per regolare i rapporti degli uomini tra di loro, e farle eseguire. […] I governanti, in breve, sono coloro che hanno la facoltà, in grado più o meno elevato, di servirsi della forza sociale, cioè della forza fisica, intellettuale ed economica di tutti, per obbligare tutti a fare quello che vogliono essi.»30

La tesi centrale segue da questa definizione: «Il governante finisce sempre, fatalmente, coll’essere il gendarme del proprietario.»31 Il ragionamento non si richiama alla corruzione contingente o alla cattiva volontà individuale, ma a una dinamica strutturale. Ogni volta che la violenza politica ha prevalso, i gruppi dominanti hanno cercato di centralizzare governo e proprietà nelle proprie mani; la necessità di aumentare la produzione e la complessità crescente dei rapporti sociali hanno poi prodotto la separazione dei poteri, con la proprietà che progressivamente subordina il governo. La borghesia moderna ha portato questo processo al suo esito logico: «Oggi il governo, composto di proprietari e di gente a loro ligia, è tutto a disposizione dei proprietarii, e lo è tanto che i più ricchi spesso disdegnano di farne parte. Rotschild non ha bisogno di essere né deputato, né ministro; gli basta tenere alla sua dipendenza deputati e ministri.»32 Il suffragio universale non altera questa struttura: la rafforza, concedendo alla parte più energica del proletariato «la speranza illusoria di arrivare al potere».33

Contro la concorrenza come legge naturale, Malatesta eleva la solidarietà a legge di natura e allo stesso tempo risultato evolutivo: «Questa legge è la solidarietà.»34 Non un principio morale, ma una constatazione: l’uomo isolato è debole di fronte alle altre specie; solo attraverso l’interazione sociale e l’uso della parola come strumento di cooperazione ha superato la sua condizione animale. L’associazione non è un contratto tra individui già costituiti: è la condizione della loro costituzione. Il cosiddetto “darwinismo sociale” inverte causa ed effetto, scambiando il risultato della competizione tra popolazioni umane per il suo motore. Malatesta usa qui l’espressione «il mutuo appoggio, la cooperazione»35 — terminologia che Berti colloca nel «naturalismo bakuniniano e kropotkiniano»: la solidarietà come istinto della specie e base oggettiva di ogni società senza governo.36

Il nostro programma è un testo del 1891. Il programma in sette punti37 è la traduzione operativa dell’analisi: ogni punto corrisponde a un nodo specifico dell’ordine borghese — proprietà, governo, organizzazione sociale, riproduzione della forza lavoro, ideologia, nazionalismo, famiglia patriarcale. L’ordine non è casuale: proprietà e governo vengono prima perché costituiscono la struttura; il resto è funzione di questi.

Prima dei punti programmatici, però, il testo affronta il problema che Fra contadini aveva in un certo senso lasciato aperto: come si arriva alla rivoluzione? «Tra l’uomo e l’ambiente sociale vi è un’azione reciproca. Gli uomini fanno la società come essa è, e la società fa gli uomini come essi sono e da ciò risulta una specie di circolo vizioso: per trasformare la società bisogna trasformare gli uomini, e per trasformare gli uomini bisogna trasformare la società.»38 La propaganda da sola non basta — «presto avremmo esaurito il campo, avremmo convertiti, cioè, tutti quelli che nell’ambiente attuale sono suscettibili di comprendere ed accettare le nostre idee» —39 e il resto resterebbe irraggiungibile senza una trasformazione materiale della società.

La risposta è la tattica gradualista: spingere il popolo a conquistare ogni miglioramento che riesce a volere e a imporre, qualunque esso sia, fino all’emancipazione completa. La lotta economica, scioperi, resistenza agli aumenti di orario, contrattazione, è il terreno su cui i lavoratori imparano a riconoscere l’opposizione tra i propri interessi e quelli dei padroni, e a organizzarsi in conseguenza. Ma ha un limite strutturale: quando le pretese operaie diventano abbastanza grandi da intaccare il profitto, il padrone chiama il governo a propria difesa. «Dalla lotta economica bisogna passare alla lotta politica, cioè alla lotta contro il governo.»40

Lotta politica non significa partecipazione istituzionale. Il nostro programma è esplicito: «dobbiamo cercare di diminuirglielo [il potere], e di obbligarlo a farne l’uso meno dannoso possibile. Ma questo lo dobbiamo fare stando sempre fuori e contro il governo, premendo su di lui mediante l’agitazione della piazza, minacciando di prendere per forza quello che si reclama. Mai dobbiamo accettare una qualsiasi funzione legislativa, sia essa generale o locale, poiché facendo così diminuiremmo l’efficacia della nostra azione e tradiremmo l’avvenire della nostra causa.»41 La partecipazione alle istituzioni non è una tattica neutra: trasforma il partecipante prima di trasformare le istituzioni. Questa posizione tornerà invariata nella polemica con Merlino del 1897 e nella risposta al Manifesto dei Sedici del 1916.


3. Al caffè e Anarchismo e democrazia (1897)

Malatesta rientra in Italia nel 1897 in modo clandestino42 e fonda ad Ancona L’Agitazione. Il Regno vive una crisi prolungata: il governo Crispi ha lasciato dietro di sé tensioni politiche acute, i Fasci Siciliani sono stati repressi con la legge marziale, il movimento operaio si divide tra socialismo parlamentare e anarchismo. In questo periodo Malatesta produce due testi che si integrano: Al caffè (dialogo teatrale) e la polemica con Merlino raccolta in Anarchismo e democrazia.

Al caffè è, come Fra contadini, un testo scritto per la lettura orale in contesto operaio.43 Rispetto al dialogo del 1883, i personaggi sono più articolati: Prospero, un borghese «tinto di economia politica», Ambrogio, un magistrato, Cesare, un commerciante, Michele, uno studente di sinistra, Giorgio, un anarchico.44 La struttura non è più quella di un interlocutore contro un altro, ma di un caffè in cui diversi rappresentanti dell’ideologia dominante si trovano a difendere, e a esporre, le proprie posizioni. Giorgio non predica: incalza, chiede precisione, spinge gli altri a sviluppare le proprie premesse fino alle conseguenze.

Il meccanismo centrale del testo è l’auto-confutazione: il pensiero conservatore, portato a coerenza, si rovescia da sé. Quando Giorgio chiede dove stia la legge naturale che vuole le terre incolte e i contadini affamati, Prospero cede: «Guai ai vinti! Ecco la gran legge di natura contro cui non c’è rivolta possibile.»45 Ammettendo che l’ordine sociale è fondato sulla violenza storica, Prospero fornisce a Michele, e al lettore, l’argomento per la rivoluzione.46 Nessun intervento esterno è necessario: la struttura del dialogo produce da sola la confutazione.

La polemica con Merlino, raccolta in Anarchismo e democrazia, è il documento più preciso di questa fase. Francesco Saverio Merlino, uno degli anarchici più influenti in Italia, che Malatesta conosce dai tempi del collegio degli Scolopi, apre il confronto con una lettera al Messaggero del 29 gennaio 1897:47 gli anarchici dovrebbero partecipare alle elezioni, sostenere i candidati più progressisti e difendere le libertà costituzionali anche attraverso l’azione parlamentare. La tesi distingue tra libertà politica e libertà economica, critica l’astensionismo come causa di isolamento. La conclusione è esplicita: la tattica anti-elettorale è stata un errore.

La risposta di Malatesta è precisa. Il parlamentarismo è da collocare al di sotto del dispotismo aperto solo quando «rappresenta una concessione fatta dal despota per paura di peggio»;48 ma un parlamentarismo «accettato e vantato» è peggio del dispotismo subìto «con l’animo intento alla riscossa». La ragione è strutturale. «[…] chi li accetta tutti e due, finisce fatalmente col sacrificare all’interesse elettorale ogni altra considerazione. L’esperienza lo prova, e il natural amore del quieto vivere lo spiega.»49 La partecipazione elettorale non si aggiunge alle altre tattiche: le sostituisce, perché ha tempi, linguaggi e interessi propri. «Abituare il popolo a delegare la conquista e la difesa dei propri diritti ad altri soggetti», scrive Malatesta, «rappresenta il modo più sicuro per lasciare libero corso all’arbitrio dei governanti».50

Il confronto si protrae per mesi e sfocia in una rottura: Merlino formalizza il proprio distacco dall’anarchismo e approda al socialismo riformista.51 La corrispondenza documenta la linea di frattura che attraversa il socialismo europeo alla fine del XIX secolo tra chi ritiene che le istituzioni liberali possano essere “usate” e chi sostiene che la partecipazione a quelle istituzioni trasformi il partecipante prima che l’istituzione.


4. Il suffragio universale, il dibattito organizzativo e Lo sciopero (1899–1913)

Dopo la fondazione de L’Agitazione ad Ancona, Malatesta viene arrestato (1898) e confinato a Lampedusa.52 Nel 1899 fugge dall’isola e raggiunge gli Stati Uniti via Tunisi e Malta; si stabilisce a Paterson, New Jersey, dove opera fino al 1900 nell’ambito della comunità anarchica italo-americana, dirigendo per un periodo La Questione Sociale di Paterson. Rientra a Londra nel 1900, dove risiede stabilmente fino al 1913.

A Paterson, nell’ottobre 1899, Malatesta pubblica su La Questione Sociale Il suffragio universale, un opuscolo che sviluppa in forma argomentativa il tema già avanzato nella polemica con Merlino. Il punto di partenza è storico: il suffragio universale ha funzionato in varie epoche e in quasi tutti i paesi, come conquista popolare o come concessione di vincitori che volevano rafforzare la propria posizione con l’apparenza del consenso — «e servì sempre a sanzionare ogni sorta d’usurpazione, rispose sempre secondo i desideri di chi aveva il potere in mano».53 Il caso non è teorico: i paesi in cui il suffragio universale funziona da decenni non hanno prodotto il socialismo né frenato l’accumulazione capitalistica.

L’argomento si sposta poi dal piano storico a quello logico. Il presupposto democratico è che il popolo abbia interessi unitari che un governo eletto può rappresentare. Malatesta lo nega alla radice: «il popolo non è un corpo unico con interessi unici. Esso è semplicemente un nome collettivo, serve ad indicare l’insieme di tanti individui e di tante collettività, di cui ciascuno ha idee, passioni ed interessi varii, differenti e spesso opposti l’uno all’altro».54 In una questione qualunque, distribuzione regionale delle risorse, condizioni di un mestiere, organizzazione locale, la legge prodotta da un corpo centrale impone a ciascuno la volontà degli altri. Questo non è un difetto contingente del meccanismo rappresentativo: è il suo funzionamento normale.

L’ultima linea di argomento è sociologica. In ogni corpo politico le parti più arretrate e reazionarie sono la grande maggioranza, e il suffragio universale le mette in condizione di imporre la propria legge alle minoranze più avanzate: «sono le campagne che tengono a freno le città; sono gli abbrutiti dalla miseria, gli analfabeti, i sommessi, i superstiziosi che servono d’instrumento ai dominatori per opprimere gl’intelligenti, gli spregiudicati, i ribelli».55

I tredici anni londinesi non producono un testo unitario comparabile ai lavori degli anni precedenti. L’attività è continua — articoli, conferenze, corrispondenza internazionale, interventi nei dibattiti del movimento, ma nessun testo riassume la posizione teorica di Malatesta in questa fase con la stessa organicità de L’anarchia o de Il nostro programma. Il nodo su cui si concentra il dibattito è quello organizzativo.

Da un lato Malatesta, insieme a Luigi Fabbri, sostiene la necessità di strutture federate permanenti: congressi, giornali con continuità editoriale, programmi definiti, commissioni di corrispondenza con mandato deliberativo. Una struttura formale, argomenta, è in grado di neutralizzare la funzione dei leader e la tendenza all’accumulazione di potere in poche mani; un rischio da cui non è immune nemmeno il movimento anarchico. Dall’altro lato gli «anti-organizzatori», la cui figura centrale è Luigi Galleani, attivo in Italia fino al 1901, poi a Paterson e Barre sino al 1919, considerano qualsiasi struttura formale stabile un vettore di elitismo e burocrazia e optano per l’autonomia dei gruppi di affinità.56 Galleani sostiene che ogni organizzazione si basa su due cardini, delega e centralizzazione, che sono gli equivalenti anarchici del parlamentarismo e del governo.57

La divisione non è nuova. Al Congresso di Capolago (gennaio 1891), ottanta delegati approvarono un manifesto e un programma socialista-anarchico-rivoluzionario redatto da Malatesta, Merlino, Gori, Cipriani e dallo stesso Galleani. Ma il congresso non istituì alcuna struttura nazionale: solo commissioni di corrispondenza regionali senza potere decisionale, rispettando così i principi di autonomia stabiliti a Saint-Imier nel 1872.58 La divergenza si accentuò nel decennio successivo, quando le due posizioni si consolidarono in due pratiche organizzative incompatibili.

Tale divisione, spesso letta come una frattura tra tattici e puristi, ha radici teoriche più profonde: riguarda il rapporto tra spontaneità e direzione consapevole, tra massa e avanguardia, tra azione immediata e orizzonte rivoluzionario di lungo periodo.59 La differenza pratica era concreta: i galleanisti costruivano il movimento attorno al carisma di Galleani, con decisioni prese in contesti informali (pic-nic, riunioni ristrette) senza meccanismi di rotazione degli incarichi né trasparenza deliberativa. I malatestiani sostenevano che questa struttura informale producesse esattamente il fenomeno che voleva evitare: concentrazione di potere personale, assenza di controllo collettivo sulle decisioni.

Il collegamento con Il nostro programma (1891) è diretto. Quel testo aveva già formulato la distinzione tra lotta parziale e rivoluzione, tra azione immediata e obiettivo finale; e aveva posto la costruzione dell’organizzazione come lavoro necessario nel tempo che separa le due: «propagare l’ideale; organizzazione delle forze popolari; lotta continua, pacifica o violenta secondo le circostanze». L’attività di Malatesta nel 1900-1913 rappresenta la verifica pratica di una posizione teorica già solida e stabilita; gli eventi del 1914, la guerra e poi il Manifesto dei Sedici, il nazionalismo che infiltrava anche gli anarchici più autorevoli, avrebbero confermato, ai suoi occhi, l’importanza di strutture capaci di produrre coerenza collettiva anziché dipendere dall’autorità personale di singoli militanti.

Negli stessi anni londinesi, intorno al 1906, secondo Luigi Fabbri, Malatesta compone Lo sciopero, un dramma in tre atti per i compagni filodrammatici di Londra. Fabbri, che pubblica il testo postumo (Ginevra, Libreria del Risveglio, 1933), riferisce che Malatesta gli aveva fatto «promettere formalmente nel modo più assoluto» di non pubblicarlo mai: per motivi, precisa Fabbri, «esclusivamente letterari e non […] a causa delle idee e sentimenti che vi diceva rispondenti del tutto al suo pensiero».60

I personaggi sono: Nicola, vecchio falegname; Giorgio, suo figlio, anarchico; Maria, sua figlia; Cesare Sacconi, industriale; gendarmi. L’azione si svolge durante uno sciopero. Nicola comincia come Beppe del 1883, rassegnato, clericale, convinto che «pigliatelo come viene» sia l’unica risposta possibile alla miseria, e finisce solo, dopo la cattura del figlio, con la conversione che l’argomento non aveva prodotto: «Aveva ragione Giorgio. […] il governo non serve che a difendere i padroni ed assassinare il popolo».61

Nell’atto II, Sacconi ammette apertamente di vivere sul lavoro altrui, «Sanno appena maneggiare la pialla e salgono in cattedra a far di queste scoperte! Bella forza davvero! O non si sapeva!»62, e non ha bisogno di negarlo: gli basta il fatto che la polizia e i gendarmi siano dalla sua parte. È una versione più cruda di Prospero: l’ideologia non è nemmeno necessaria quando si ha la forza.


5. Volontà (1913–14) e la risposta al Manifesto dei Sedici (1916)

Malatesta rientra in Italia nel 1913, a sessant’anni, e fonda Volontà ad Ancona: un settimanale anarchico63 che diventa il principale punto di riferimento del movimento italiano nel periodo precedente la guerra. Le Marche e la Romagna sono il terreno operativo; il periodico ospita il dibattito sull’organizzazione, il confronto con gli anti-organizzatori non è chiuso, e la polemica contro il riformismo socialista. Nell’estate del 1914, tra il 7 e il 14 giugno, Malatesta è al centro della cosiddetta “Settimana Rossa”: scioperi generali, barricate, alcune proclamazioni di comuni in rivolta nelle Marche e in Romagna, poi la repressione. Viene espulso dal Paese e rientra a Londra.64

Il 28 luglio 1914 l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. In agosto i partiti socialdemocratici tedesco e francese votano i crediti di guerra; i sindacalisti rivoluzionari di ogni paese si scoprono patrioti. Il settembre 1914 porta un trauma supplementare, interno al movimento anarchico: Kropotkin pubblica una dichiarazione a sostegno delle nazioni dell’Intesa contro il militarismo prussiano. Nel febbraio 1916 il documento assume forma definitiva come Manifesto dei Sedici, firmato da Kropotkin, Jean Grave, Charles Malato e altri esponenti storici del movimento.65 La tesi è che la sconfitta degli Imperi centrali sia condizione preliminare per qualsiasi progresso sociale: il militarismo prussiano rappresenta una minaccia peculiare di cui bisogna favorire l’eliminazione, anche sostenendo le potenze dell’Intesa.

Malatesta risponde da Londra con un articolo pubblicato su Freedom nell’aprile 1916, Pro-Government Anarchist.66 Il nucleo dell’argomento è nella premessa che i firmatari del Manifesto rifiutano: una guerra tra stati capitalisti non muta natura per la bandiera che la combatte. Il meccanismo ideologico identificato è quello della «Nazione»: una categoria che permette alla classe dominante di ciascun paese di mobilitare i propri proletari contro i proletari degli altri paesi, producendo il risultato opposto alla solidarietà internazionale postulata dal socialismo. Costruire un’eccezione per la Francia o per l’Inghilterra, cioè sostenere che «questa» guerra è diversa perché uno degli eserciti porta una bandiera più progressista, equivale ad accettare la logica del sistema all’interno della quale ci si propone di operare. Una volta accettata la logica, le conseguenze seguono in modo necessario.

In Anarchismo e democrazia Malatesta aveva sostenuto che la partecipazione alle istituzioni elettorali non si aggiunge alle altre tattiche ma le sostituisce, perché la logica istituzionale riorganizza tempi, linguaggi e interessi di chi vi partecipa.67 Nel 1916 l’argomento funziona allo stesso modo: sostenere un lato in una guerra capitalista non è una tattica aggiuntiva, è l’accettazione di un punto di vista che riorganizza il quadro entro cui ci si muove. In entrambi i casi l’«eccezione», questa elezione, questa guerra, è presentata come temporanea e strategica; in entrambi i casi Malatesta sostiene che, una volta assunto, il punto di vista non viene poi mai più abbandonato.

La rottura con Kropotkin ha anche una dimensione teorica. Kropotkin aveva costruito in Il mutuo appoggio (1902) una critica al cosiddetto “darwinismo sociale”, partendo dall’osservazione che la cooperazione, non la competizione, è il principale fattore evolutivo.68 La posizione del 1916 è, per Malatesta, una conseguenza diretta di questa logica: invertire il rapporto tra questione sociale e questione nazionale, ritenere cioè che la libertà delle nazioni debba precedere la libertà delle classi, equivale ad abbandonare il punto di vista dell’anarchismo.69


6. Pensiero e Volontà (1924–26)

Malatesta rientra nuovamente in Italia nel dicembre 1919, a sessantasei anni.70 Nel gennaio 1920 fonda Umanità Nova a Milano, quotidiano anarchico che raggiunge una tiratura di centomila copie nei periodi di massima diffusione.71 Nel luglio dello stesso anno, al Congresso di Bologna, è tra i fondatori dell’Unione Anarchica Italiana.72 Il settembre 1920 è parte di una stagione di acuto conflitto sociale: occupazioni delle fabbriche, scioperi, radicalizzazione dei consigli di fabbrica torinesi. L’ondata popolare non sfocia in rivoluzione. Malatesta viene detenuto in custodia cautelare per diversi mesi con l’accusa di cospirazione e rilasciato dopo un prolungato sciopero della fame.73 Le squadre fasciste cominciano a distruggere le sedi sindacali, le Camere del Lavoro, i giornali operai. Umanità Nova è sospeso nel 1922, anno della Marcia su Roma.74

Malatesta non lascia l’Italia. Nel gennaio 1924 fonda a Roma Pensiero e Volontà, rivista teorica quindicinale rivolta a un pubblico militante. Pubblica fino all’ottobre 1926, quando le “leggi fascistissime” sopprimono ogni stampa d’opposizione.75 La produzione teorica di questi anni si svolge sotto sorveglianza poliziesca nell’appartamento romano, tra continue visite delle camicie nere, lettere aperte e la certezza che scrivere e distribuire qualsiasi contenuto comporti l’arresto immediato.

Il 25 agosto 1926 Pensiero e Volontà pubblica un passaggio che sintetizza la posizione teorica degli ultimi decenni: «Eravamo anarchici comunisti e continuiamo ad esserlo… ma ciò non significa che facciamo del comunismo una leva, un dogma, e che non comprendiamo che per la sua realizzazione mancano determinate condizioni morali e materiali, che è necessario creare.»76 La distinzione tra il comunismo come ideale da costruire e il comunismo come programma da implementare immediatamente dopo la rivoluzione era già in Il nostro programma (1891): il circolo vizioso, la necessità di trasformare le condizioni mentre si trasformano gli uomini, la tattica gradualista verso l’obiettivo.77 Ciò che nel 1891 era un argomento teorico sul rapporto tra propaganda e rivoluzione, nel 1926 è anche una risposta implicita alle aspettative create dalla rivoluzione russa: il comunismo anarchico non si impone, si costruisce “dal basso”.78

Malatesta muore a Roma il 22 luglio 1932. Nettlau scrive: «Con Malatesta, morto il 22 luglio 1932, finì l’ultimo del gruppo ristretto, fondato da Bakunin nel 1864.»79


7. Conclusione

«Noi non abbiamo novità da dire»: la frase che apre Il nostro programma non è una confessione d’irrilevanza, ma un posizionamento teorico preciso. Malatesta sembra dire che il programma anarchico non si costruisce ogni volta ex novo ma si riceve, si verifica e si difende. La prova più acuta è il 1914-18. Il Manifesto dei Sedici mostra che la pressione nazionalista può condurre anarchici di primo piano ad abbandonare le proprie posizioni teoriche. La risposta di Malatesta non introduce argomenti nuovi: riattiva quelli già elaborati.

Il fascismo pone un problema strutturalmente diverso. I testi degli anni Ottanta e Novanta descrivono un nemico parlamentare e liberale che usa la forza ma riconosce formalmente il conflitto di classe. Il fascismo degli anni Venti elimina quello spazio formale: non c’è un parlamento a cui opporsi né elezioni da boicottare. Gli articoli di Pensiero e Volontà (1924-26) mostrano Malatesta proseguire la riflessione teorica in condizioni di oppressione crescente, analizzando le cause della sconfitta anarchica di fronte all’avanzata totalitaria — fascismo e bolscevismo come forme equivalenti di autoritarismo — senza abbandonare l’analisi strutturale del potere.80


Note


  1. Giampietro Berti, voce Malatesta, Errico, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 68, Roma, Treccani, 2007, disponibile online: https://www.treccani.it/enciclopedia/errico-malatesta_(Dizionario-Biografico)/; voce Malatesta, Errico, in Enciclopedia Treccani, disponibile online: https://www.treccani.it/enciclopedia/errico-malatesta/↩︎

  2. Cfr. Giampietro Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale 1872-1932, Milano, FrancoAngeli, 2004, p. 11.↩︎

  3. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 11-12.↩︎

  4. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 13.↩︎

  5. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 13.↩︎

  6. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 13-14.↩︎

  7. Risoluzione IX della Conferenza di Londra (settembre 1871), cit. in Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 20, 28.↩︎

  8. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 19-29; Cfr. Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, cit., p. 223.↩︎

  9. James Guillaume, L’Internazionale. Documenti e ricordi (1864-1878), Chieti, C.S.L. Di Sciullo, s.d., vol. II, p. 474; Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 26-27.↩︎

  10. Guillaume, L’Internazionale. Documenti e ricordi, cit., vol. II, pp. 531-533; Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 27-28.↩︎

  11. Risoluzioni del Congresso di Saint-Imier, 15 settembre 1872, in Guillaume, L’Internazionale. Documenti e ricordi, cit., vol. III, pp. 36-37; Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 28-29.↩︎

  12. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 28-29.↩︎

  13. Errico Malatesta, in Volontà, Ancona, 1914, cit. in Max Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, Cesena, L’Antistato, 1964, p. 249.↩︎

  14. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 55.↩︎

  15. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 55-56.↩︎

  16. Cfr. Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, cit., p. 257.↩︎

  17. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 64-78, 100; Cfr. Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, cit., p. 254.↩︎

  18. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 100-102.↩︎

  19. Errico Malatesta, nota dell’autore [1913] in Fra contadini. Dialogo sull’anarchia [1883], Roma, Liber Liber, 2010, p. 44.↩︎

  20. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 120, 126.↩︎

  21. Malatesta, Fra contadini, cit., p. 14.↩︎

  22. Ibid., p. 18.↩︎

  23. Ibid., p. 23.↩︎

  24. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 134, 137.↩︎

  25. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 135.↩︎

  26. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 141, 149-150.↩︎

  27. Errico Malatesta, L’anarchia, Roma, Datanews, 2001 [1891], p. 5.↩︎

  28. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 105, 136.↩︎

  29. Malatesta, L’anarchia, cit., p. 7.↩︎

  30. Ibid., p. 11.↩︎

  31. Ibid., p. 16.↩︎

  32. Ibid., p. 18.↩︎

  33. Ibid., p. 18.↩︎

  34. Ibid., p. 21.↩︎

  35. Malatesta, L’anarchia, cit., p. 23.↩︎

  36. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 185. Il «naturalismo kropotkiniano» cui Berti rimanda ha il suo punto di riferimento principale in Piotr Kropotkin, Mutual Aid: A Factor of Evolution, London, Heinemann, 1902 (Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione).↩︎

  37. Errico Malatesta, Il nostro programma [1891], in L’anarchia, ed. Liber Liber, 2012, p. 71.↩︎

  38. Malatesta, Il nostro programma, cit., p. 76.↩︎

  39. Ibid., p. 78.↩︎

  40. Ibid., p. 84.↩︎

  41. Ibid., p. 87.↩︎

  42. Anarchismo e democrazia, Ragusa, La Fiaccola, 1974 [1897], p. 13: «L’indicazione di Londra è messa dallo scrivente per sviare la polizia in quanto in quell’epoca egli si trovava di già in Italia.»; Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 179.↩︎

  43. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 256.↩︎

  44. Errico Malatesta, Al caffè. Discutendo di rivoluzione e anarchia, Chieti, C.S.L. Di Sciullo, 2005 [1897], cap. I.↩︎

  45. Malatesta, Al caffè, cit., cap. I.↩︎

  46. Ibid., cap. II.↩︎

  47. Cfr. Francesco Saverio Merlino, Anarchici e socialisti di fronte alla lotta elettorale, in Anarchismo e democrazia, cit., p. 9.↩︎

  48. Errico Malatesta, Gli anarchici contro il parlamento, in Anarchismo e democrazia, cit., p. 14.↩︎

  49. Ibid., p. 15.↩︎

  50. Ibid., p. 14.↩︎

  51. Cfr. Francesco Saverio Merlino, Dichiarazione di distacco dall’anarchismo, in Anarchismo e democrazia, cit., p. 107.↩︎

  52. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 283, 285, 286.↩︎

  53. Errico Malatesta, Il suffragio universale, Mantova, Baraldi & Fleischmann, s.d., p. 4.↩︎

  54. Ibid., p. 8.↩︎

  55. Ibid., p. 11.↩︎

  56. Antonio Senta, Luigi Galleani e l’anarchismo antiorganizzatore, Edizioni Bruno Alpini, 2012, pp. 9-10.↩︎

  57. Luigi Galleani, cit. in Senta, Luigi Galleani e l’anarchismo antiorganizzatore, cit., p. 10.↩︎

  58. Cfr. Senta, Luigi Galleani e l’anarchismo antiorganizzatore, cit., pp. 5-6.↩︎

  59. Ibid., p. 10.↩︎

  60. Luigi Fabbri, nota introduttiva in Errico Malatesta, Lo sciopero. Dramma in 3 atti, Ginevra, Libreria del Risveglio, 1933, p. 6; Malatesta, Lo sciopero, cit., p. 26.↩︎

  61. Malatesta, Lo sciopero, cit., p. 29.↩︎

  62. Ibid., p. 16.↩︎

  63. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 485, 504.↩︎

  64. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 493, 526, 546.↩︎

  65. Piotr Kropotkin et al., Manifesto dei Sedici, febbraio 1916, in P.A. Kropotkin, Scritti rivoluzionari, Milano, Feltrinelli, 1973.↩︎

  66. Errico Malatesta, Pro-Government Anarchist, in Freedom (London), aprile 1916. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 574-576.↩︎

  67. Malatesta, Anarchismo e democrazia, cit., pp. 40-42 (p. 42: «la logica della posizione sarà più forte di lui, ed egli al parlamento ci andrà»).↩︎

  68. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 185; Piotr Kropotkin, Mutual Aid: A Factor of Evolution, London, Heinemann, 1902.↩︎

  69. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 563.↩︎

  70. Cfr. Luigi Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana. L’anarchismo in Italia dal biennio rosso alla guerra di Spagna (1919-1939), Pisa, BFS Edizioni, 2001, p. 46.↩︎

  71. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 628; Cfr. Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana, cit., p. 43.↩︎

  72. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., p. 681.↩︎

  73. Cfr. Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana, cit., p. 102.↩︎

  74. Cfr. Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana, cit., pp. 141-142.↩︎

  75. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 751, 789.↩︎

  76. Errico Malatesta, in Pensiero e Volontà, 25 agosto 1926, cit. in Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, cit., p. 251.↩︎

  77. Malatesta, Il nostro programma, in L’anarchia, cit., p. 76: «da ciò risulta una specie di circolo vizioso: per trasformare la società bisogna trasformare gli uomini, e per trasformare gli uomini bisogna trasformare la società»; cfr. p. 80.↩︎

  78. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 742, 751.↩︎

  79. Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, cit., p. 255.↩︎

  80. Cfr. Berti, Errico Malatesta, cit., pp. 751-756.↩︎

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